Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: in Italia ormai coesistono ben 837 culti. Per non parlare dei dieci milioni di italiani che non praticano religione alcuna, cioè che sono a-religiosi o irreligiosi che dir si voglia. Sarà l’effetto immigrazione, sarà che i tempi cambiano, sarà quello che sarà sta di fatto che il dominio assoluto della Chiesa cattolica quando dovevi essere cattolico o per sì o per forza, viceversa ti bruciavano vivo, è tramontato, finito, superato. Ma la chiesa cattolica non se ne dà per intesa e continua imperterrita a comportarsi come se nulla fosse successo irritando vieppiù gli italiani che rispondono defilandosi, sbattezzandosi, cambiando chiesa o mandandole tutte a quel paese. Questa la necessaria introduzione per citare la bravata dalla Direzione medica dell’Ospedale di Chivasso che, con la circolare del 31.05.2019, ha imposto ulteriori nuovi crocifissi nelle stanze di degenza. Ed ecco qui di seguito, in sintesi, il fattaccio raccontato su Noi Donne da Laura Onofri:

Dopo il Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona dello scorso marzo ed una campagna elettorale dove il crocifisso è stato brandito come simbolo identitario ed utilizzato strumentalmente per legittimare prese di posizione politiche antidemocratiche, molto urlate e poco argomentate, appare purtroppo evidente che questo, o altri simboli che richiamano il cattolicesimo, hanno assunto connotazioni ideologiche la cui pretesa universalità consiste invece nella negazione di posizioni diverse. Difficile non contestualizzare il fatto di Chivasso con gli esiti del voto regionale piemontese e con il nuovo corso politico che vedrà alla guida della Regione i sostenitori di quelle “radici cristiane” a cui da tempo le destre, e non solo la Lega, guardano per cercare consenso politico. E difficile anche non pensare alle iniziative internazionali portate avanti da associazioni cristiane integraliste, associazioni Pro-vita e politici conservatori con il progetto espresso nel manifesto “Ristabilire l’Ordine Naturale”, su cui “Se Non Ora Quando?” di Torino ha richiamato l’attenzione traducendo la ricerca realizzata da EPF, il Forum Europeo per i Diritti e lo Sviluppo.

una cappella ospedaliera grande quanto una chiesa

Ricerca dalla quale emerge il tentativo di ritornare ad una “Legge Naturale”, basata sull’imposizione di convinzioni religiose da realizzare attraverso la politica e la legge in modo da contrastare la presunta deriva morale e l’imbarbarimento della società causati dal riconoscimento di diritti che toccano le leggi a tutela dell’eguaglianza e contro la discriminazione, i modelli familiari, il divorzio, la bioetica, le tecniche diagnostiche prenatali, la contraccezione, l’aborto, l’eutanasia…Ma veniamo ai fatti di Chivasso. Mentre nei social ferve il dibattito, ci si dimentica che il principio di laicità è garantito dalla nostra Costituzione.

una cappella ospedaliera futurista

Lorenzo Ardissone, direttore dell’ASL To4 di cui l’ospedale di Chivasso fa parte, dice che è stato lui a a dare disposizioni di “coprire” di crocifissi tutti gli ospedali dell’azienda ma tiene a precisare che “se ci fosse un paziente che non vuole il crocifisso, si toglie e si mette via fino a che il tizio occupa la stanzaA sostegno di Ardissone intervengono molti difensori dell’identità cristiana come fondamento della società italiana e tra questi il vicepresidente del Senato e uomo delle istituzioni da molti anni, onorevole Calderoli che dichiara: “Il crocifisso è la nostra storia, la nostra radice cristiana e bene ha fatto il direttore a prendere questa decisione di semplice buon senso, per dare conforto a chi soffre ed a chi ha paura..” e con squisita gentilezza aggiunge: “… chi non gradisce può anche andarsene altrove…”. In verità – aggiungiamo noi – la nostra storia e la nostra radice è il paganesimo e se andiamo più indietro, molto più indietro, la nostra radice è l’uomo di Neanderthal o di Cromagnon. Perché la storia non è immobile e non potrà mai esserlo.

Ma continuiamo a sentire la Onofri e domandiamoci quanta competenza istituzionale e rispetto delle opinioni e delle libertà altrui dimostra il vicepresidente del Senato, che snatura la questione dimenticando come Religione e Stato siano due cose ben diverse nella prospettiva laica raggiunta dall’Occidente moderno liberaldemocratico e di cui lo stesso Cavour fu assertore di una “Libera Chiesa in libero Stato”, come uno dei principi ispiratori del Risorgimento italiano.

Sono lontani i tempi in cui il cattolicissimo Presidente Oscar Luigi Scalfaro, giurista e padre costituente, osservava che “lo Stato è la casa di tutti e nessuno ha il diritto di mettervi sopra il proprio marchio o il proprio sigillo. Esso ha il dovere di essere laico e ha il diritto alla laicità”.

Appunto, diritto e dovere, lo Stato come casa di tutti. Concetti molto lontani dai contenuti che animano le attuali crociate dei social dove i credenti (con la violenza e l’intolleranza che li connota da sempre)usano espressioni cafone, illegittime e fuori luogo tipo: “Se non gradiscono, si girino dall’altra parte”, “Se ne tornino a casa loro”, “Non le piace? Vada a farsi ricoverare altrove” e via così. La questione della liceità della presenza di crocifissi e simboli religiosi nei luoghi pubblici e istituzionali è stata affrontata anche in altri stati europei dove le associazioni laiche hanno ottenuto risultati più brillanti che in Italia. L’affermazione delle “radici cristiane dell’Europa” nel testo definitivo della Costituzione europea non c’è, e qualora ci fosse si dovrebbe andare a precisare che la cristianizzazione violenta dell’Europa fece 13 milioni di morti ammazzati.

Eppure ne L’Osservatore Romano del 23 novembre 2014, leggiamo:“Laicità non vuol dire mancanza di dialogo. Laicità non vuol dire negare il pluralismo su cui l’Europa si fonda. Laicità significa autonomia, imparzialità, garanzia e libertà, non introspezione” (Martin Schulz).

Esistono per fortuna anche in Italia esempi virtuosi che propongono soluzioni attente alla complessità del mondo contemporaneo nel rispetto di principi che sono alla base della convivenza civile. Nel 2009, primo in Italia, l’Ospedale Molinette di Torino ha inaugurato al suo interno una “stanza del silenzio”, spazio dedicato alla meditazione, al raccoglimento e alla preghiera da mettere a disposizione di tutti i cittadini, atei o appartenenti a una confessione religiosa. L’iniziativa ha avuto seguito in molti altri ospedali non solo della città ed è di questi giorni la notizia di un accordo a Milano tra 19 enti religiosi e non, dalla Chiesa Valdese a quella Metodista a quella Russo-Ortodossa, dalla Comunità Ebraica a quelle Islamiche, Induiste, Sikh ad associazioni di non credenti, per la creazione di spazi analoghi in ospedali e case di riposo, con la prospettiva di estenderli ad altri luoghi come carceri, stazioni ferroviarie e aeroporti. Il rischio è l’affermarsi di un’idea forte di appartenenza che, invece di puntare alla collaborazione e all’integrazione, alimenta divisioni, intolleranza a sfondo etnico, di genere e religioso, sostituisce al dialogo il dogmatismo autoritario ed è terreno fertile per pericolose derive antidemocratiche. E non mancano segnali in questa direzione, ahimè.

Raffaella Mauceri