Truffe miliardarie, finanzieri corrotti, extracomunitari assassini e stupratori …. in questo paese non ci facciamo mancare nulla ma proprio nulla. Soprattutto non ci facciamo mancare le feste. Resta da chiedersi se tutte queste feste non siano i soliti mezzi di distrazione di massa destinati a coprire i problemi veri e gravi che affliggono noi italiani. Prima fra tutti quello della giustizia stante che essere ristorati da una sentenza onesta, equanime, giusta, è un privilegio non comune. Eppure la giustizia è un bisogno primario dell’essere umano perfettamente equiparabile alla salute. Per contro, infatti, l’ingiustizia toglie la salute e in casi estremi può ridurre una vita, molte vite, ad un mucchio di cenere. Indimenticabile il caso di Enzo Tortora, massacrato da una sentenza fondata su un refuso incredibile ma vero: Tortora invece di Tortona. E rimarrà agli annali il suo libro “Signori della Corte, io sono innocente e spero dal profondo del mio cuore, che lo siate anche voi”. E non ci soffermiamo, in questa sede, sulla microscopica quantità di giustizia elargita alle vittime di pedofilia clericale il cui numero è spaventosamente incalcolabile.

Nel nostro paese – dicono tutti – la giustizia è come l’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. A cominciare dai tempi biblici dei processi. Sentite questa. Due tizi salgono le scale del palazzo di giustizia. Uno dice all’altro: “Da anni faccio su e giù per queste scale e non vedo ancora la fine di questo processo…. un’odissea!”. E l’altro risponde: “E che dovrei dire io che ho ereditato una causa trentennale di mio padre …che nel frattempo è morto?”

Ebbene, sarà banale dirlo ma quando i tempi della giustizia sono abnormi equivalgono ad una giustizia latitante di fatto. Qualunque avvocato vi dirà, ad esempio, che una denuncia per diffamazione attende per un numero spropositato di anni e spesso cade automaticamente in prescrizione proprio per scadenza dei termini. E potete scommetterci che le denunzie cadute in prescrizione nel nostro palazzo di giustizia sono migliaia. Qualora tutto ciò non bastasse, proprio in questi giorni la stampa ci sta raccontando un mega processo per corruzione di avvocati, magistrati e pubblici ministeri, denominato “Sistema Siracusa”. Bella figura!

Il PM Palamara

D’altra parte, la cosa non dovrebbe stupirci più di tanto. Al contrario, in un paese dove la corruzione è arrivata finanche alle Forze dell’Ordine, Carabinieri, Finanza e Polizia, non si capisce perché mai non avrebbe dovuto raggiungere anche gli operatori di giustizia. Ed è superfluo aggiungere che ci riferiamo all’intero Belpaese e non soltanto alla nostra provincia che non è certo un’isola felice in nulla e per nulla. Anzi no. Un’isola felice o quasi è il celebre programma tv “Lo sportello di Forum” (Rete 4) dove i giudici sono nell’ordine: umani (= sensibili ai guai dei contendenti), attenti (= ascoltano e riflettono), democratici (= non si danno arie da superuomini), tolleranti (= sopportano le escandescenze dei contendenti maleducati e indisciplinati) ed equilibrati che è la virtù fondamentale di un buon giudice. Sarà forse perché sono sotto i riflettori e li guardano milioni di italiani? Boh. Sta di fatto che il 90% delle volte le sentenze sono assolutamente accettabili e condivisibili. A volte addirittura salomoniche.

La domanda finale è angosciante: che deve fare un cittadino per avere giustizia? deve accendere ceri al santo preferito? deve adeguarsi all’andazzo e corrompere il giudice? deve comprare un bel corno rosso e appenderselo al collo? deve trasferirsi all’estero? deve denunciare il giudice? Eh no, quest’ultima alternativa non rientra nei canoni! Ceri in chiesa e corni al collo: nullaosta, altre ipotesi non sono legalmente accessibili. Soprattutto di denunce ai giudici che emettono sentenze opinabili e a volte semplicemente spaventose, non se ne parla proprio perché essi giudici hanno un diritto inespugnabile: il diritto al libero convincimento. Che detto in soldoni significa che il giudice esamina e interpreta documenti, testimonianze e fatti, su quelli si convince liberamente su dove sta il torto e dove sta la ragione ed emette la sentenza. Se ne deduce che il giudice è molto ben tutelato e il giudicato malcapitato è in balia ai suoi ghiribizzi. Ma se vero è, come si suol dire, che “le sentenze si rispettano”, è altrettanto vero che si possono impugnare ricorrendo alla Corte d’Appello e, se è il caso, anche alla Corte di Cassazione. Tutto sta a disporre di grande tenacia, parecchio tempo, molto denaro e bravi avvocati. Con ottimi risultati? Non è detto. Non si sa. A meno che non siete fortunati come Gastone Paperone: in quel caso non vi serve nient’altro.

“La giustizia italiana è solo per i ricchi” scrive l’Espresso. “La giustizia italiana è la peggiore d’Europa” leggiamo su Il primato nazionale. “Giustizia italiana, icona di contraddizioni umane e disumane” sostiene Il Fatto quotidiano. E spara a zero con un affondo la giornalista e saggista Annalisa Chirico, presidente e fondatrice del movimento d’opinione “Fino a prova contraria”: “La giustizia italiana fa schifo – dice – Il nostro è un sistema che lascia le vittime senza giustizia, che mette in galera gli innocenti, che fa fallire le imprese per non essere riuscite a riscuotere un credito. Ed è un sistema in cui ognuno di noi è un presunto colpevole, proprio perché non si arriva a sentenza. La lentezza genera impunità e l’impunità genera i forcaioli”.

“Ho smesso di fare l’avvocato perché la giustizia in Italia non esiste – aggiunge Paolo Franceschetti in una pubblica e agghiacciante dichiarazione – Perché nelle cause più importanti ho sempre vinto dove avevo torto e perso dove avevo ragione. Perché in Italia non c’è mai stato un vero processo per strage, o per un delitto grave, in cui si sia saputa la verità. Perché le leggi sono fatte da chi commette i crimini più innominabili, e quindi sono già pensate in anticipo per mandare assolti i colpevoli”.

Morale della favola: a quel povero verme chiamato cittadino italiano non resta che pagare le tasse …destinate a sostenere gli ingiusti e le ingiustizie.

Raffaella Mauceri