Contente e gabbate le vittime dei pedofili clericali. Che poi è l’equivalente del nostro “curnuti e bastuniati”. Il problema dei preti pedofili, infatti, per la Santa Sede non è un problema stante che lo hanno risolto con il millenario sistema di far finta di riconoscere il torto e di correre ai ripari, e poi non fare un beneamato niente e lasciar cadere la cosa nel vuoto pneumatico. Emblematiche, le ridicole e indimenticabili “scuse” con cui Wojtyla liquidò gli orrendi crimini con cui la Chiesa Cattolica si è affermata in Europa e in giro per il mondo, depredando e massacrando dodici milioni di morti ammazzati nei modi più svariati: con la tortura, l’impiccagione, il rogo, l’impalamento e quant’altro.

     

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Stesso discorso vale per le accuse di pedofilia che ormai coprono preti e vescovi a migliaia. Per la Chiesa Cattolica non è necessario difendersi, cospargersi il capo di cenere, chiedere perdono in ginocchio, risarcire le vittime, farsi un po’ di carcere… Tutt’al più, il crimine della pedofilia cerca di minimizzarlo ricordando a tutti che i pedofili ci sono dovunque e non soltanto nella Chiesa, “Come se – commenta Zanardi (1) un pedofilo prete più un pedofilo laico, anziché fare due pedofili, si annullassero a vicenda”.

Ricordate la grancassa mediatica che seguì alla notizia dello scorso 26 marzo quando Bergoglio annunciò urbi et orbi che, con una lettera apostolica, aveva emanato un Motu proprio per la tutela dei minori? “Mai più insabbiamenti” aveva detto. Al che anche un idiota capisce perfettamente che quel “mai più” significa che gli insabbiamenti ci sono stati, e non per un giorno ma per i sei anni del suo papato, e per il papato dei suoi predecessori! Di norma quindi più nessuno dovrebbe dargli credito. Invece quella lettera ha riacceso la speranza di giustizia delle vittime. Ingenue!

E poi ci sarebbero i risarcimenti. La Chiesa Cattolica americana ha dovuto sborsarne tanti di quei dollari che ormai è a rischio di bancarotta. Il che dà la misura, raccapricciante, di quanto estesa sia questa pratica depravata, millenaria e tipicamente clericale. La Chiesa Cattolica italiana invece i soldi, a palate, li tiene bene al sicuro nella banca vaticana, comicamente denominata IOR, Istituto Opere Religiose! Ma torniamo al punto.

Il Motu proprio è stato redatto dopo il sinodo che si è tenuto in Vaticano dal 21 al 23 febbraio scorsi, al quale hanno partecipato i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo. Senonché, tra lo sbigottimento generale, arriva la grande delusione: improvvisamente ci si accorge di aver sottovalutato la più ovvia ed elementare questione giuridico-legislativa: l’applicabilità di una legge fatta da un qualunque Stato, ha validità solo in quello Stato e nelle rispettive extraterritorialità, le Ambasciate. Bisognava dare più ascolto alle vittime che da anni sottolineano il macroscopico problema sulla base del quale sostengono che ci sia un’unica via: quella di aprire gli archivi sottoposti al segreto pontificio e ordinare ai vescovi di denunciare i crimini all’autorità giudiziaria dei paesi dove vengono commessi. “Le leggi vengono fatte dai rispettivi paesi – spiega Zanardi – ed è inutile continuare ad ingannare le vittime e l’opinione pubblica facendo credere, ormai da più di vent’anni, e producendo altre vittime, che la Chiesa possa trovare nei suoi tribunali una soluzione al problema. Questo è falso, e indica non solo la malafede di chi lo propina, ma anche l’inaffidabilità delle dichiarazioni di Bergoglio, comprovata dalle gerarchie che in barba alle promesse pubbliche di Tolleranza Zero, continua a lasciare alla gestione delle diocesi o in posti inadatti a loro”.

Tutto ha inizio nel 1962 (anche se la prima stesura voluta da Pio XI risale al 1922) quando il cardinale Alfredo Ottaviani redige il Crimen Sollicitationis (crimine di adescamento), approvato da papa Giovanni XXIII che così si intitola: “Istruzione sulla procedura nelle cause di molestia – Da conservarsi diligentemente nell’archivio segreto della curia in rapporto alla norma interna da non pubblicare e da non accrescere con alcun commento”. (2)

Nel 2001 – a seguito dello scandalo sollevato dal team del Boston Globe “Spotlight” – il cardinale Joseph Ratzinger, che conosceva molto bene il problema dei preti pedofili nel mondo, in quanto era stato a capo dell’ufficio che ne ha gestito i crimini per 25 anni, decide insieme all’allora suo segretario, il cardinale Tarcisio Bertone, di ricordare con una lettera ai vescovi di tutto il mondo, che la direttiva segreta del 1962, era ancora in vigore. E introdurrà la norma che i casi di delitti più gravi, tra cui gli abusi sui minori, “sono soggetti al segreto pontificio”.

Ma è soltanto nel gennaio del 2005 che in Texas, un avvocato di Houston, Daniel Shea, trascinò Ratzinger sul banco degli imputati con l’accusa di intralcio alla giustizia, su tre casi di abusi su minori commessi da un seminarista colombiano. Senonché la provvidenziale morte di Wojtyla, che lo portò al soglio pontificio, permise a Ratzinger di sottrarsi al processo giacché, in quanto capo di stato, invocò l’immunità. Si spiega così il perché non un solo vescovo sul pianeta, abbia mai denunciato un abuso all’autorità civile: perché violerebbe quella norma che impone il segreto pontificio e la denuncia soltanto ed esclusivamente all’autorità interna. Ne consegue che se il vescovo si rivolgesse alla giustizia civile, verrebbe scomunicato ….e voi che leggete, capite bene che centinaia di bambini stuprati e distrutti per sempre, non valgono di certo la scomunica di un riverito vescovo.

Raffaella Mauceri

(1) Francesco Zanardi, fondatore e presidente dell’associazione Rete l’Abuso che denuncia i pedofili e offre tutela morale, psicologica e legale alle vittime

(2) Consulta la lista dei vescovi insabbiatori italiani.