Quando a te uomo è stato inculcato che se porti il cognome di tuo padre sei un figlio “legittimo” e quando porti il cognome di tua madre sei un figlio di puttana, non è per niente facile capire che dare ai figli il cognome della madre è un diritto sancito dalla natura e che la legge che finalmente riconosce alle donne questo diritto, è nata proprio per cancellare una sporca ingiustizia!

Ad avvertirne il bisogno sono state le femministe quando, subito dopo il parto, si vedevano ingiustamente estromesse da quel legame profondamente intimo e naturale che le univa al figlio portato in grembo per nove lunghi mesi e messo al mondo con fatica e con dolore e, a volte, anche a rischio della vita! Vale la pena dunque di ricordare che in virtù di quella prossimità neonatale che all’atto della nascita lega il figlio esclusivamente alla madre, la donna ha il diritto sacrosanto di dare il proprio cognome ai figli. Un diritto troppo a lungo calpestato e che va assolutamente recuperato.

Lo hanno avvertito le femministe ma anche quelle donne che, nell’ambito di un matrimonio scoppiato, vivono con un figlio che non porta il loro cognome, e ad ogni occasione si vedono costrette a spiegare che quel bambino non è un estraneo come sembra, ma carne della loro carne e sangue del loro sangue. Lo avvertono i bambini che si trovano a vivere in un nucleo familiare in cui la madre ha un nuovo marito o compagno e che non hanno un cognome che li lega a nessuno dei due. E ancor più fortemente lo avvertono quei bimbi che vivono in una nuova famiglia in cui altri figli sono nati dalla loro stessa madre, fratellastri ai quali non sono collegati da niente.

In tutti questi casi, i bambini soffrono quotidianamente per una discriminazione che li esclude (sempre per via materna e non paterna), grazie a quella ottusa, retrograda e maschilista tradizione italiana che nel 2014 ci ha fatto guadagnare una condanna dalla CEDU, Corte Europea dei Diritti Umani, per violazione dei diritti umani, ecco qua!

Nel nostro paese infatti l’impossibilità di dare ai figli il cognome materno alla nascita si configura come una paradossale discriminazione nei confronti della donna, e la Corte Costituzionale italiana, tentando di sanarla, l’ha invece aggravata nel momento in cui ha stabilito che il cognome materno può essere attribuito alla nascita solo se c’è l’accordo tra i genitori. Che detto in soldoni significa: solo se papà lo concede! Ma vediamo quante magagne si porta dietro la patrilinarità del cognome.

I bambini apprendono da noi il modo in cui stabilire le relazioni tra le persone e la prima cosa che scoprono, non appena riescono a dare un senso alle parole, è che loro non hanno il cognome della mamma ma solamente quello del papà.

È con quello che si presentano a scuola, è con quello che vengono conosciuti, è con quello che sono obbligati a strutturare la propria identità. La mamma esiste, però conta poco e infatti nel loro cognome non c’è. Come dire che la donna serve, ma non è necessaria e non possiede valore alcuno in sé e per sé dato che la sua identità è sopprimibile. Questa è la prima tappa di un percorso di pesante e costante discriminazione tra i sessi, che non può certo assicurare una sana convivenza sociale. Dall’esito del ricorso alla CEDU del 2014, infatti, era derivato all’Italia l’obbligo di approntare in tempi brevi una legislazione differente che eliminasse la citata discriminazione. Ma in Italia, come sappiamo, i tempi brevi sono un’espressione aleatoria e il maschilismo è così profondamente radicato che l’obbligo imposto da Strasburgo è rimasto lettera morta. Le donne hanno però cominciato a svegliarsi e sono sempre più numerose quelle che rifiutano il costume corrente.

Meno che mai lo accettano le madri separate o divorziate che vivono con un figlio che non porta anche il loro cognome e si scontrano con il secco NO dell’ex partner, che rende vana la loro richiesta di aggiunta, cosa di cui si sono sin qui occupati i Prefetti.

Occorre dunque una legge nuova che metta a norma appropriatamente anche gli aspetti non affrontati nelle proposte parlamentari precedenti. Occorre che i partiti politici si assumano la responsabilità di occuparsene, e non perdere ancora altro tempo.

Leonardo

Leonardo ha sette anni.

Un giorno la nonna gli chiede come mai lui porta il cognome del papà. Due minuti di riflessione e arriva la risposta: “Perché io sono maschio. I figli maschi portano il cognome del papà e le figlie femmine portano il cognome della mamma”.

E poi dicono che certe cose ai bambini non interessano, non ci fanno caso e non gliene importa più di tanto. Mica vero.

 

 

 

 

Raffaella Mauceri